La teoria del ferro forse ci salverà dalla CO2

La teoria del ferro, nata dall’oceanografo americano John Martin, consiste nel versare in zone dell’oceano fertilizzante a base di ferro, per scatenare una fioritura di microalghe, capaci di assorbite tonnellate di CO2. Le sue teorie sono state inizialmente raccolte da almeno un paio di start up, la californiana Climos e l’australiana Ocean Nourishment. Queste sperano di riuscire a vendere questo sistema di fioritura delle alghe per acquistare crediti di CO2, proprio come accade nei progetti di riforestazione che permettono, ai paesi che li sviluppano, di inquinare di più. Nel 1993 subito dopo la morte di John Martin, si provò a disseminare per 25 miglia quadrate nel pacifico equatoriale, mezza tonnellata di solfato ferroso. Un satellite della Nasa confermò una produzione particolare di clorofilla in quell’area, buoni i risultati anche se inferiori a quelli previsti. Nel 1995 si replicò rallentando la distribuzione del fertilizzante, questa volta i risultati furono impressionanti, si generò una biomassa equivalente a 100 sequoie adulte. Ogni anno, da allora, si ripetono esperimenti analoghi, tra le polemiche degli ambientalisti che temono uno sconvolgimento dell’ecosistema marino. La sperimentazione di quest’anno a cura di una spedizione indo-tedesca, ha generato, fertilizzando 300Km quadrati di oceano, una abbondante fioritura ma di un’alga sbagliata. Il fitoplacton generato è stato divorato dai crostacei dimostrando che nel processo ci sono molte variabili che influenzano il risultato finale. I sostenitori della teoria del ferro non si arrendono e continueranno l’anno prossimo forti anche dell’esperienza di quest’anno.

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